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L'Impero Romano....
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L'Impero Romano....
Definizione e concetto di Impero romano [[url=http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Impero_romano&action=edit§ion=1]modifica[/url]]
Le due date indicate come inizio e fine convenzionali di un Impero romano unitario, come spesso accade nelle definizioni dei periodi storici sono puramente arbitrarie. In particolare per tre ragioni: sia perché non vi fu mai una vera e propria fine formale della Res publica romana, le cui istituzioni non furono mai abolite, ma semplicemente persero il potere effettivo a vantaggio dell'imperatore; sia perché nei quattrocentoventidue anni tra esse compresi si alternarono due fasi caratterizzate da forme di organizzazione e legittimazione del potere imperiale profondamente diverse, il Principato e il Dominato; sia perché anche dopo la divisione dell'impero le due parti continuarono a sopravvivere, l'una sino alla deposizione dell'ultimo cesare d'OccidenteRomolo Augusto nel 476 (o più precisamente fino alla morte del suo predecessore, Giulio Nepote, che si considerava ancora imperatore), l'altra perpetuandosi per ancora un millennio in quell'entità nota come Impero bizantino. L'anno 476 è stato inoltre convenzionalmente considerato come data di passaggio tra evo antico e Medioevo.
Se per alcuni - e in parte per gli stessi antichi - già l'assunzione nel 49 a.C. della dittatura da parte di Gaio Giulio Cesare può segnare la fine della Repubblica e l'inizio di una nuova forma di governo (tanto che il nome stesso di caesar divenne titolo e sinonimo di imperatore), è anche vero che per essi l'impero di Roma esisteva già da tempo, da quando cioè la città repubblicana aveva iniziato a legare a sé i territori conquistati sotto forma di province, estendendo su di esse il proprio imperium, cioè l'autorità politico-militare dei propri magistrati (ciò accadde a partire dalla Sicilia, nel 241 a.C.).
Il 31 a.C., invece, anno in cui la flotta romana comandata dal generale Marco Vipsanio Agrippa sconfisse quella egiziana guidata da Marco Antonio e Cleopatra presso Azio, in Grecia, segnando la fine del secondo triumvirato e la definitiva sconfitta dell'unico vero avversario di Ottaviano per il predominio a Roma, rappresenta l'inizio effettivo del potere di Augusto, ponendo infatti fine a quella lunga serie di guerre civili che avevano segnato nell'ultimo secolo la crisi della Repubblica. In breve tempo, Ottaviano divenne arbitro e padrone dello Stato: inaugurò nel 27 a.C. la definitiva forma del suo principato e governò pur senza detenere nessuna carica, con una formula di primus inter pares, pater patriae, princeps e, soprattutto, augustus, titolo onorifico conferitogli in quell'anno dal Senato, per indicare il carattere sacrale e propiziatorio della sua persona. È vero anche che Augusto ebbe pieni poteri solo nel 12 a.C., quando divenne Pontefice Massimo. Durante l'anarchia militare infatti, quando alla guida di Roma c'erano due imperatori, quello che aveva più potere era quello che ricopriva anche la carica di Pontefice Massimo.
In realtà, però, la denominazione di imperium ha un senso più generale di quello a noi oggi familiare: è Tito Flavio Vespasiano il primo ad assumere la carica formale di Imperator. Prima di Vespasiano, il titolo di Imperator era attribuito semplicemente al comandante in capo dell'esercito romano. Ottaviano, del resto, rispettò formalmente le istituzioni repubblicane, ricoprendo diverse cariche negli anni che lo portarono comunque ad ottenere un potere tale, che nessun altro uomo prima di lui a Roma aveva mai ottenuto.
L'Impero romano arrivò all'apice della sua potenza durante i principati di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Alla morte di quest'ultimo, il potere passò al figlio Commodo, che portò il principato verso una forma più autocratica e teocratica. Il potere delle istituzioni tradizionali si andò indebolendo e il fenomeno proseguì con i suoi successori, sempre più bisognosi dell'appoggio dell'esercito per governare. Il ruolo del Senato nei secoli successivi si ridusse progressivamente, fino a divenire del tutto formale. La dipendenza sempre più accentuata del potere imperiale dall'esercito condusse, nel 235 circa, a un periodo di crisi militare e politica, definito dagli storici come anarchia militare.
Dopo circa mezzo secolo di instabilità, salì al potere il generale illiricoGaio Aurelio Valerio Diocleziano, che riorganizzò il potere imperiale istituendo la tetrarchia, ovvero una suddivisione dell'impero in quattro parti, due affidate agli augusti (Massimiano e lo stesso Diocleziano) e due affidate ai cesari (Costanzo Cloro e Galerio), che erano anche i successori designati. Il sistema, però, non resse, e quando Diocleziano si ritirò a vita privata scoppiarono nuove lotte per il potere, dalle quali uscì vincitore Costantino, figlio di Costanzo Cloro.
Dopo la sua morte ripresero le lotte per il potere e i territori dell'impero furono spesso suddivisi, seppure con finalità di indole amministrativa e difensiva, tra diversi imperatori co-regnanti. L'ultimo imperatore dell'Impero romano unito fu Teodosio I, Teodosio, che, con l'editto di Tessalonica (e decreti successivi), proibì qualsiasi culto pagano, decretando in tal modo la trasformazione dell'impero in uno stato cristiano. Teodosio nominò suoi eredi con pari dignità i due figli: Arcadio per la parte orientale ed Onorio per la parte occidentale. Alla sua morte, avvenuta nel 395, l'Impero si divise pertanto in due parti, che non furono mai più riunite. Anche in questo caso i contemporanei non sentirono di vivere un evento epocale, poiché percepivano di essere ancora parte di un unico mondo, di un'unica romanità, anche se amministrata separatamente, come del resto era già accaduto più volte in passato.
La parte occidentale, più provata economicamente, politicamente, militarmente, socialmente e demograficamente per via delle continue lotte dei secoli precedenti e per la pressione delle popolazioni barbariche ai confini entrò ben presto in uno stato irreversibile di decadenza e, fin dal primo ventennio del V secolo, gli Imperatori d'Occidente videro venir meno la loro influenza in tutto il nord Europa (Gallia, Britannia, Germania) ed in Spagna, mentre gli Unni, negli stessi anni, si stabilivano in Pannonia.
L'Impero d'Occidente, secondo la storiografia classica, ebbe termine nel 476, con la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre, generale mercenario di origini scire. Romolo era stato posto sul trono appena l'anno prima dal padre, il generale Flavio Oreste. Secondo un'altra corrente storiografica, però, la fine formale dell'Impero d'Occidente la si può stabilire con l'assassinio, avvenuto nel 480 e commissionato da Odoacre, di Giulio Nepote, l'ultimo imperatore legittimo, che pure regnò solo formalmente.
La fine dell'impero occidentale rappresentò la fine dell'unità romana del bacino mediterraneo (il cosiddetto mare nostrum) e privò la romanità superstite dell'antica patria. La perdita di Roma costituì un evento di capitale importanza che segnò il tramonto definitivo di un mondo. La parte orientale, per la quale è, d'altra parte, incerto il momento in cui sia corretto parlare di Impero Bizantino, continuò ad esistere sino alla caduta di Costantinopoli (1453) e degli ultimi baluardi di Mistrà (1460) e Trebisonda (1461): essa continuò ad autodefinirsi e a sentirsi Impero romano.
Pur non essendo il più vasto impero mai esistito, spettando tale primato innanzitutto all'Impero Mongolo, quello di Roma è considerato il più grande in termini di gestione e qualità del territorio, di organizzazione socio-politica e di importanza del segno lasciato nella storia dell'umanità. In tutti i territori sui quali estesero i propri confini i romani costruirono città, strade, ponti, acquedotti, fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo assimilando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli ancora dopo la fine dell'impero queste genti continuarono a definirsi romane. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta e diffusasi in epoca repubblicana ed infine sviluppatasi pienamente in età imperiale, è alla base dell'attuale civiltà occidentale.
Oltre all'Impero romano d'Oriente, unico Stato successore a pieno titolo dell'Impero romano, le altre entità statuali che si rifecero ad esso, in Occidente (il Regno franco e il Sacro Romano Impero) ed in Oriente (l'impero bulgaro prima, e successivamente la Russia degli Zar) continuarono ad usare i titoli adottati dall'Impero romano, sino all'epoca delle rivoluzioni e ancora oggi le istituzioni politiche, sociali e giuridiche delle democrazie occidentali si ispirano a Roma ed alla sua storia millenaria.
Le due date indicate come inizio e fine convenzionali di un Impero romano unitario, come spesso accade nelle definizioni dei periodi storici sono puramente arbitrarie. In particolare per tre ragioni: sia perché non vi fu mai una vera e propria fine formale della Res publica romana, le cui istituzioni non furono mai abolite, ma semplicemente persero il potere effettivo a vantaggio dell'imperatore; sia perché nei quattrocentoventidue anni tra esse compresi si alternarono due fasi caratterizzate da forme di organizzazione e legittimazione del potere imperiale profondamente diverse, il Principato e il Dominato; sia perché anche dopo la divisione dell'impero le due parti continuarono a sopravvivere, l'una sino alla deposizione dell'ultimo cesare d'OccidenteRomolo Augusto nel 476 (o più precisamente fino alla morte del suo predecessore, Giulio Nepote, che si considerava ancora imperatore), l'altra perpetuandosi per ancora un millennio in quell'entità nota come Impero bizantino. L'anno 476 è stato inoltre convenzionalmente considerato come data di passaggio tra evo antico e Medioevo.
Se per alcuni - e in parte per gli stessi antichi - già l'assunzione nel 49 a.C. della dittatura da parte di Gaio Giulio Cesare può segnare la fine della Repubblica e l'inizio di una nuova forma di governo (tanto che il nome stesso di caesar divenne titolo e sinonimo di imperatore), è anche vero che per essi l'impero di Roma esisteva già da tempo, da quando cioè la città repubblicana aveva iniziato a legare a sé i territori conquistati sotto forma di province, estendendo su di esse il proprio imperium, cioè l'autorità politico-militare dei propri magistrati (ciò accadde a partire dalla Sicilia, nel 241 a.C.).
Il 31 a.C., invece, anno in cui la flotta romana comandata dal generale Marco Vipsanio Agrippa sconfisse quella egiziana guidata da Marco Antonio e Cleopatra presso Azio, in Grecia, segnando la fine del secondo triumvirato e la definitiva sconfitta dell'unico vero avversario di Ottaviano per il predominio a Roma, rappresenta l'inizio effettivo del potere di Augusto, ponendo infatti fine a quella lunga serie di guerre civili che avevano segnato nell'ultimo secolo la crisi della Repubblica. In breve tempo, Ottaviano divenne arbitro e padrone dello Stato: inaugurò nel 27 a.C. la definitiva forma del suo principato e governò pur senza detenere nessuna carica, con una formula di primus inter pares, pater patriae, princeps e, soprattutto, augustus, titolo onorifico conferitogli in quell'anno dal Senato, per indicare il carattere sacrale e propiziatorio della sua persona. È vero anche che Augusto ebbe pieni poteri solo nel 12 a.C., quando divenne Pontefice Massimo. Durante l'anarchia militare infatti, quando alla guida di Roma c'erano due imperatori, quello che aveva più potere era quello che ricopriva anche la carica di Pontefice Massimo.
In realtà, però, la denominazione di imperium ha un senso più generale di quello a noi oggi familiare: è Tito Flavio Vespasiano il primo ad assumere la carica formale di Imperator. Prima di Vespasiano, il titolo di Imperator era attribuito semplicemente al comandante in capo dell'esercito romano. Ottaviano, del resto, rispettò formalmente le istituzioni repubblicane, ricoprendo diverse cariche negli anni che lo portarono comunque ad ottenere un potere tale, che nessun altro uomo prima di lui a Roma aveva mai ottenuto.
L'Impero romano arrivò all'apice della sua potenza durante i principati di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Alla morte di quest'ultimo, il potere passò al figlio Commodo, che portò il principato verso una forma più autocratica e teocratica. Il potere delle istituzioni tradizionali si andò indebolendo e il fenomeno proseguì con i suoi successori, sempre più bisognosi dell'appoggio dell'esercito per governare. Il ruolo del Senato nei secoli successivi si ridusse progressivamente, fino a divenire del tutto formale. La dipendenza sempre più accentuata del potere imperiale dall'esercito condusse, nel 235 circa, a un periodo di crisi militare e politica, definito dagli storici come anarchia militare.
Dopo circa mezzo secolo di instabilità, salì al potere il generale illiricoGaio Aurelio Valerio Diocleziano, che riorganizzò il potere imperiale istituendo la tetrarchia, ovvero una suddivisione dell'impero in quattro parti, due affidate agli augusti (Massimiano e lo stesso Diocleziano) e due affidate ai cesari (Costanzo Cloro e Galerio), che erano anche i successori designati. Il sistema, però, non resse, e quando Diocleziano si ritirò a vita privata scoppiarono nuove lotte per il potere, dalle quali uscì vincitore Costantino, figlio di Costanzo Cloro.
Dopo la sua morte ripresero le lotte per il potere e i territori dell'impero furono spesso suddivisi, seppure con finalità di indole amministrativa e difensiva, tra diversi imperatori co-regnanti. L'ultimo imperatore dell'Impero romano unito fu Teodosio I, Teodosio, che, con l'editto di Tessalonica (e decreti successivi), proibì qualsiasi culto pagano, decretando in tal modo la trasformazione dell'impero in uno stato cristiano. Teodosio nominò suoi eredi con pari dignità i due figli: Arcadio per la parte orientale ed Onorio per la parte occidentale. Alla sua morte, avvenuta nel 395, l'Impero si divise pertanto in due parti, che non furono mai più riunite. Anche in questo caso i contemporanei non sentirono di vivere un evento epocale, poiché percepivano di essere ancora parte di un unico mondo, di un'unica romanità, anche se amministrata separatamente, come del resto era già accaduto più volte in passato.
La parte occidentale, più provata economicamente, politicamente, militarmente, socialmente e demograficamente per via delle continue lotte dei secoli precedenti e per la pressione delle popolazioni barbariche ai confini entrò ben presto in uno stato irreversibile di decadenza e, fin dal primo ventennio del V secolo, gli Imperatori d'Occidente videro venir meno la loro influenza in tutto il nord Europa (Gallia, Britannia, Germania) ed in Spagna, mentre gli Unni, negli stessi anni, si stabilivano in Pannonia.
L'Impero d'Occidente, secondo la storiografia classica, ebbe termine nel 476, con la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre, generale mercenario di origini scire. Romolo era stato posto sul trono appena l'anno prima dal padre, il generale Flavio Oreste. Secondo un'altra corrente storiografica, però, la fine formale dell'Impero d'Occidente la si può stabilire con l'assassinio, avvenuto nel 480 e commissionato da Odoacre, di Giulio Nepote, l'ultimo imperatore legittimo, che pure regnò solo formalmente.
La fine dell'impero occidentale rappresentò la fine dell'unità romana del bacino mediterraneo (il cosiddetto mare nostrum) e privò la romanità superstite dell'antica patria. La perdita di Roma costituì un evento di capitale importanza che segnò il tramonto definitivo di un mondo. La parte orientale, per la quale è, d'altra parte, incerto il momento in cui sia corretto parlare di Impero Bizantino, continuò ad esistere sino alla caduta di Costantinopoli (1453) e degli ultimi baluardi di Mistrà (1460) e Trebisonda (1461): essa continuò ad autodefinirsi e a sentirsi Impero romano.
Pur non essendo il più vasto impero mai esistito, spettando tale primato innanzitutto all'Impero Mongolo, quello di Roma è considerato il più grande in termini di gestione e qualità del territorio, di organizzazione socio-politica e di importanza del segno lasciato nella storia dell'umanità. In tutti i territori sui quali estesero i propri confini i romani costruirono città, strade, ponti, acquedotti, fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo assimilando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli ancora dopo la fine dell'impero queste genti continuarono a definirsi romane. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta e diffusasi in epoca repubblicana ed infine sviluppatasi pienamente in età imperiale, è alla base dell'attuale civiltà occidentale.
Oltre all'Impero romano d'Oriente, unico Stato successore a pieno titolo dell'Impero romano, le altre entità statuali che si rifecero ad esso, in Occidente (il Regno franco e il Sacro Romano Impero) ed in Oriente (l'impero bulgaro prima, e successivamente la Russia degli Zar) continuarono ad usare i titoli adottati dall'Impero romano, sino all'epoca delle rivoluzioni e ancora oggi le istituzioni politiche, sociali e giuridiche delle democrazie occidentali si ispirano a Roma ed alla sua storia millenaria.
Re: L'Impero Romano....
Augusto, fondatore dell'impero romano.
Augusto sapeva che il potere necessario per un governo assoluto non sarebbe derivato dal consolato. Nel 23 a.C. rinunciò a questa carica, ma si assicurò il controllo effettivo, assumendo alcune "prerogative" legate alle antiche magistrature repubblicane. Gli fu, innanzitutto, garantita a vita la tribunicia potestas, legata in origine alla magistratura dei tribuni della plebe, che gli permetteva di convocare il Senato, di decidere, porre questioni avanti ad esso, porre il veto alle decisioni di tutte le magistrature repubblicane e di fruire della sacrale inviolabilità della propria persona. Ricevette, inoltre, l'imperium proconsolare maximo, ossia il comando supremo su tutte le milizie in tutte le provincie(questo era uno delle prerogativa del proconsole nella regione di sua competenza). Il conferimento da parte del Senato di queste due prerogative gli dava autorità suprema in tutte le questioni riguardanti il governo del territorio. Il 27 a.C. e il 23 a.C. segnano le principali tappe di questa vera e propria riforma costituzionale, con la quale si considera che Augusto assumesse concretamente i poteri propri di imperatore di Roma. Egli tuttavia fu solito usare titoli quali "Principe" o "Primo Cittadino".
Con i nuovi poteri che gli erano stati conferiti, Augusto organizzò l'amministrazione dell'Impero con molta padronanza. Stabilì moneta e tassazione standardizzata; creò una struttura di servizio civile formata da cavalieri e da uomini liberi (mentre in precedenza erano prevalentemente schiavi) e previde benefici per i soldati al momento del congedo. Suddivise le province in senatorie (controllate da proconsoli di nomina senatoria) ed in imperiali (governate da legati imperiali).
Fu un maestro nell'arte della propaganda, favorendo il consenso dei cittadini alle sue riforme. La pacificazione delle guerre civili fu celebrata come una nuova età dell'oro dagli scrittori e poeti contemporanei, come Orazio, Livio e soprattutto Virgilio. La celebrazione di giochi ed eventi speciali rafforzavano la sua popolarità.
Augusto inoltre per primo creò un corpo di vigili, ed una forza di polizia per la città di Roma, che fu suddivisa amministrativamente in 14 regioni.
Il controllo assoluto dello stato gli permise di indicare il suo successore, nonostante il formale rispetto della forma repubblicana. Inizialmente si rivolse al nipote Marco Claudio Marcello, figlio della sorella Ottavia, al quale diede in sposa la figlia Giulia. Marcello morì tuttavia nel 23 a.C.: alcuni degli storici successivi ventilarono l'ipotesi, probabilmente infondata, che fosse stato avvelenato da Livia Drusilla, moglie di Augusto.
Augusto maritò quindi la figlia alla sua "mano destra", Agrippa. Da questa unione nacquero tre figli: Caio Cesare, Lucio Cesare e Postumo (così chiamato perché nato dopo la morte del padre). I due maggiori furono adottati dal nonno con l'intento di farne i suoi successori, ma morirono anch'essi in giovane età. Augusto mostrò anche favore per i suoi figliastri (figli del primo matrimonio di Livia) Tiberio e Druso, che conquistarono a suo nome nuovi territori nel nord.
Dopo la morte di Agrippa nel 12 a.C., il figlio di Livia, Tiberio, divorziò dalla prima moglie, figlia di Agrippa e ne sposò la vedova, Giulia. Tiberio fu chiamato a dividere con l'imperatore la tribunicia potestas, che era fondamento del potere imperiale, ma poco dopo si ritirò in esilio volontario a Rodi. Dopo la morte precoce di Caio e Lucio nel 4 e 2 a.C. rispettivamente, e la precedente morte del fratello Druso maggiore (9 a.C.), Tiberio fu richiamato a Roma e venne adottato da Augusto, che lo designava in tal modo proprio erede.
Il 9 agosto14, Augusto morì. Poco dopo il Senato decretò il suo inserimento fra gli dei di Roma. Postumo Agrippa e Tiberio erano stati nominati coeredi. Tuttavia Postumo era stato esiliato e venne ben presto ucciso. Si ignora chi avesse ordinato la sua morte, ma Tiberio ebbe la via libera per assumere lo stesso potere che aveva avuto il padre adottivo.
Re: L'Impero Romano....

Caio Giulio CESARE
"Cesare fu il primo grande Imperatore. la sua vita fu consegnata al mito. la sua morte non riuscì a fermare il destino dell'Urbe"
Caio Giulio Cesare non fu formalmente Imperatore di Roma (come sarà per il successore Augusto), ma è comunemente considerato il primo Imperatore dell’Urbe. Con lui Roma entra nella terza fase della sua storia.
Dalla fase monarchica dei sette Re, durata 244 anni, con una media di 35 per ciascun Re, si era passati a quella repubblicana, ormai in atto da quattro secoli. Con lui inizia la fase imperiale della storia della Città.
Anche la vita di Cesare può essere suddivisa in tre fasi.
La lunga fase iniziale, caratterizzata sia da riprovevoli vicende personali (quali l’adulterio e l’omosessualità) sia da un’ostinata formazione e preparazione per gli eventi futuri. Solo a 42 anni, nella fase intermedia della vita, appare in lui il grande Generale; il conquistatore che sottomette la Gallia e raggiunge la Britannia attraverso un’estenuante guerra novennale; il gran condottiero che, in quattro anni di guerra civile, elimina tutti i suoi avversari. A 55 anni comincerà la breve fase finale del trionfo. Durerà meno di un anno, ma gli sarà sufficiente per dare il via a quella a quella soluzione istituzionale che si chiamerà Impero e che gli sopravviverà per cinque secoli.
Come Napoleone 18 secoli dopo, Cesare era un patrizio diventato democratico che si batteva per il popolo cercandone l’appoggio. Il nemico del Còrso era la monarchia incipriata della fine Settecento, il suo nemico fu l’oligarchia senatoriale egoista e rapace. Ma, a differenza di Napoleone, Cesare aveva contro anche sentimenti repubblicani tanto radicati e diffusi. E fu sconfitto solo da questi ultimi!
Entusiasmanti le sue vittorie, non meno cocenti le sue sconfitte. Fu necessario il trionfo di Alesia per riscattare lo smacco di Gergovia, Farsalo per annullare Durazzo.
Fu uomo poliedrico con grandi qualità positive e negative. Affascina il suo genio, l’eleganza, la temerarietà, la clemenza. Ma c’è anche chi vede in lui l’adultero, l’omosessuale, l’epilettico, il tiranno, l’uomo spietato.
Per tutta la vita aveva operato con gran determinazione e tensione per piegare gli eventi alla propria volontà. Ma una volta assunta la dittatura perpetua appare dominato da un certo fatalismo. Presunzione od inconscio desiderio di vedere esaltata, attraverso le 23 pugnalate finali, una vita da gigante?
Era nato nel 100 a. C. Singolare coincidenza: con lui si apriva un nuovo secolo, ma con lui iniziava anche una nuova epoca della storia romana ed universale.
:

francatrudy- L'Amico D'oro
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Data d'iscrizione: 01.03.10
Età: 51
Località: Moncalieri (Torino)
Umore: tranquillo
Re: L'Impero Romano....
Nerone
Circondato da intellettuali d'orientamento senatorio e nobiliare, come Seneca o Petronio, Nerone seguirà nei primi anni del suo regno una politica piana e senza scosse, coincidente con gli interessi del Senato.
Sarà a partire dal 58 che la sua vera indole inizierà a emergere. In questi anni si consuma infatti la prima rottura col Senato, colpevole di non aver approvato la sua proposta di riforma tributaria.
Tale proposta prevede l'eliminazione delle imposte indirette - ovvero dei dazi doganali -, cioè del protezionismo sui prodotti di produzione occidentale, e in seconda battuta un incremento delle tasse sui ceti più abbienti, al fine di compensare le inevitabili perdite finanziarie.
Come si vede questa proposta, mai approvata, tende a un impoverimento dei privilegi economici dell'Occidente, e contemporaneamente a colpire l'economia dei latifondisti e dei ceti più ricchi occidentali.
Essa è complementare alle larghe spese sostenute da Nerone per spettacoli pubblici e donazioni alla plebe. S'intuisce quindi la matrice populistica del suo governo.
Dopo la definitiva rottura col Senato, Nerone si trasferisce in Oriente, dove combatte una guerra in Armenia, riuscendo anche a impadronirsene nel 58, ma perdendola poco dopo, nel 63, data in cui viene ceduta al re dei Parti (pur mantenendo Roma una specie di protettorato su di essa).
Tornato a Roma inaugura una consistente attività di monetazione, al fine di rendere allo stato più facile, grazie al maggior numero di monete circolanti, il pagamento dei debiti, e migliorando, sempre secondo lo stesso principio, le condizioni di vita del popolo.
Nel 64 scoppia in Roma un incendio, di cui Nerone è sospettato essere l'autore, che devasta gran parte della città e gli permette di iniziare una vasta attività di ricostruzione (si ricordi la creazione della 'Domus aurea').
Nel 66 Nerone è nuovamente in Oriente, precisamente in Grecia, dove si pone come continuatore della politica di Flaminino, concedendo (come l'antico condottiero aveva concesso la libertà dalle truppe romane) donazioni ed esenzioni fiscali.
Sono di questi anni i primi tentativi di congiura contro Nerone, favoriti dalla sua lontananza da Roma, poi scoperti e repressi nel sangue (con la morte, tra gli altri, del poeta Petronio).
Nerone inoltre impiega molti soldi per sostenere l'opera di diffusione della cultura ellenica e orientale in Occidente.
E' ormai la fine: oltre che del Senato e dei nobili occidentali, Nerone ha ormai perduto la fiducia e l'appoggio anche delle province occidentali, che si vedono trascurate dalla direzione imperiale, espropriate quindi del posto di rilievo che spetta loro in qualità di regioni ricche ed economicamente emergenti.
In Gallia scoppiano ribellioni contro il potere di Roma; mentre è dalla Spagna Terraconense e dal capo delle sue truppe, Sulpicio Galba, che inizia la vera congiura anti-neroniana.
Essa coinvolgerà presto anche il Senato romano, costringendo il principe ribelle, oramai isolato, a togliersi la vita.
Galba diventerà, anche se per pochissimo tempo, il nuovo imperatore, ponendo definitivamente termine alla dinastia imperiale dei Claudi.
Ma il fatto che la rivolta sia iniziata fuori dei territori romani e italiani, la dice lunga anche sul ruolo che le province cominciano ad assumere nell'economia dell'Impero.
| La politica di Nerone ricorda molto quella di Caligola. Anche lui, come il suo predecessore, si ispira fortemente all'ideale orientalizzante di Alessandro Magno e del dispotismo assoluto. Anche lui tenta di ridimensionare il peso economico e politico delle zone occidentali in favore di quelle orientali. Anche lui basa il suo potere sul consenso delle masse popolari occidentali e su quello delle regioni orientali. Ultimo elemento di somiglianza, anche Nerone morirà vittima di una congiura, seppure dopo 14 anni di governo. Alla morte di Claudio, sale al potere un ragazzo di 17 anni, figlio di una delle mogli del defunto imperatore: Agrippina. Questi, di nome Nerone, non appartiene neanche alla stirpe dei Claudi, essendo stato adottato da Claudio per ragioni di successione. (Tale mancanza, quando in seguito i rapporti col Senato si incrineranno, costituirà un elemento di forza in favore di quest'ultimo, che non mancherà di rinfacciargli la sua presunta illegittimità). | ![]() |
Circondato da intellettuali d'orientamento senatorio e nobiliare, come Seneca o Petronio, Nerone seguirà nei primi anni del suo regno una politica piana e senza scosse, coincidente con gli interessi del Senato.
Sarà a partire dal 58 che la sua vera indole inizierà a emergere. In questi anni si consuma infatti la prima rottura col Senato, colpevole di non aver approvato la sua proposta di riforma tributaria.
Tale proposta prevede l'eliminazione delle imposte indirette - ovvero dei dazi doganali -, cioè del protezionismo sui prodotti di produzione occidentale, e in seconda battuta un incremento delle tasse sui ceti più abbienti, al fine di compensare le inevitabili perdite finanziarie.
Come si vede questa proposta, mai approvata, tende a un impoverimento dei privilegi economici dell'Occidente, e contemporaneamente a colpire l'economia dei latifondisti e dei ceti più ricchi occidentali.
Essa è complementare alle larghe spese sostenute da Nerone per spettacoli pubblici e donazioni alla plebe. S'intuisce quindi la matrice populistica del suo governo.
Dopo la definitiva rottura col Senato, Nerone si trasferisce in Oriente, dove combatte una guerra in Armenia, riuscendo anche a impadronirsene nel 58, ma perdendola poco dopo, nel 63, data in cui viene ceduta al re dei Parti (pur mantenendo Roma una specie di protettorato su di essa).
Tornato a Roma inaugura una consistente attività di monetazione, al fine di rendere allo stato più facile, grazie al maggior numero di monete circolanti, il pagamento dei debiti, e migliorando, sempre secondo lo stesso principio, le condizioni di vita del popolo.
Nel 64 scoppia in Roma un incendio, di cui Nerone è sospettato essere l'autore, che devasta gran parte della città e gli permette di iniziare una vasta attività di ricostruzione (si ricordi la creazione della 'Domus aurea').
Nel 66 Nerone è nuovamente in Oriente, precisamente in Grecia, dove si pone come continuatore della politica di Flaminino, concedendo (come l'antico condottiero aveva concesso la libertà dalle truppe romane) donazioni ed esenzioni fiscali.
Sono di questi anni i primi tentativi di congiura contro Nerone, favoriti dalla sua lontananza da Roma, poi scoperti e repressi nel sangue (con la morte, tra gli altri, del poeta Petronio).
Nerone inoltre impiega molti soldi per sostenere l'opera di diffusione della cultura ellenica e orientale in Occidente.
E' ormai la fine: oltre che del Senato e dei nobili occidentali, Nerone ha ormai perduto la fiducia e l'appoggio anche delle province occidentali, che si vedono trascurate dalla direzione imperiale, espropriate quindi del posto di rilievo che spetta loro in qualità di regioni ricche ed economicamente emergenti.
In Gallia scoppiano ribellioni contro il potere di Roma; mentre è dalla Spagna Terraconense e dal capo delle sue truppe, Sulpicio Galba, che inizia la vera congiura anti-neroniana.
Essa coinvolgerà presto anche il Senato romano, costringendo il principe ribelle, oramai isolato, a togliersi la vita.
Galba diventerà, anche se per pochissimo tempo, il nuovo imperatore, ponendo definitivamente termine alla dinastia imperiale dei Claudi.
Ma il fatto che la rivolta sia iniziata fuori dei territori romani e italiani, la dice lunga anche sul ruolo che le province cominciano ad assumere nell'economia dell'Impero.

francatrudy- L'Amico D'oro
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Re: L'Impero Romano....
Romolo e Remo
Il periodo monarchico di Roma durò circa 2 secoli e mezzo.
La città si trasformò, in tale tempo, da colonia di Alba a città egemone di una vasta area compresa tra la riva sinistra del Tevere, la costa fino al Circeo e l'entroterra con le principali città latine e sabine.
Romolo e Remo avevano scelto il luogo giusto per la nuova città: un ponte, un guado, un porto marittimo-fluviale, un crocevia di strade da est ad ovest e da nord a sud, un centro di traffici e scambi commerciali.
Roma, che si trovava al confine di tre zone abitate da popoli diversi per lingua e per cultura (latini, etruschi e sabini), divenne un polo di interesse anche per mercanti greci e cartaginesi.
Nella città, latina per nascita e cultura, convissero uomini di diversa origine che affluirono attratti dalla notevole espansione economica o costretti dagli stessi governanti di Roma che erano soliti condurre in città le popolazioni vinte in battaglia.
A Roma Tarquinio Prisco, di padre greco e di madre etrusca, venne in cerca di fortuna perché a Tarquinia chi non era completamente etrusco veniva limitato nei suoi diritti. E Tarquinio divenne re di Roma, come prima lo erano stati cittadini di origine latina e sabina.Ma chi arrivava a Roma, cessava di essere albano, sabino, etrusco, latino e diveniva orgogliosamente Romano.
Località: Roma
Il periodo monarchico di Roma durò circa 2 secoli e mezzo.
La città si trasformò, in tale tempo, da colonia di Alba a città egemone di una vasta area compresa tra la riva sinistra del Tevere, la costa fino al Circeo e l'entroterra con le principali città latine e sabine.
Romolo e Remo avevano scelto il luogo giusto per la nuova città: un ponte, un guado, un porto marittimo-fluviale, un crocevia di strade da est ad ovest e da nord a sud, un centro di traffici e scambi commerciali.
Roma, che si trovava al confine di tre zone abitate da popoli diversi per lingua e per cultura (latini, etruschi e sabini), divenne un polo di interesse anche per mercanti greci e cartaginesi.
Nella città, latina per nascita e cultura, convissero uomini di diversa origine che affluirono attratti dalla notevole espansione economica o costretti dagli stessi governanti di Roma che erano soliti condurre in città le popolazioni vinte in battaglia.
A Roma Tarquinio Prisco, di padre greco e di madre etrusca, venne in cerca di fortuna perché a Tarquinia chi non era completamente etrusco veniva limitato nei suoi diritti. E Tarquinio divenne re di Roma, come prima lo erano stati cittadini di origine latina e sabina.Ma chi arrivava a Roma, cessava di essere albano, sabino, etrusco, latino e diveniva orgogliosamente Romano.
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Re: L'Impero Romano....
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INIZIOTATTICHEi MILITESFORTILE LEGIONILA FLOTTAFOTOSTORIA DELLE LEGIONI DALL' ETÀ ARCAICA FINO AL TARDO IMPERO
Età Regia: ordinamento "oplitico".
La legione (termine derivato da legere cioè scegliere) nasce secondo la leggenda come unità tattica ideata dallo stesso Romolo. In una prima fase l'esercito era composto solo dai patrizi, gli unici a potersi procurare armi e armatura, coadiuvati da una parte dei loro clientes. Sotto il governo del Re Servio Tullio invece si aprirono i ranghi legionari a tutti coloro che potevano pagarsi un'armatura dando origine alla leva censitaria. Tutti coloro che erano esclusi dal censo perché proletari o per altre ragioni, vi potevano partecipare come "tecnici" (fabbri, falegnami....) o come velites o ausiliari semplici.
Il modo di combattere della legione arcaica, era simile per certi versi a quello della falange greca: ossia i legionari rimanevano vicini e uniti spalla a spalla, con le lance inclinate, ed avanzavano compatti verso il nemico. L'unica suddivisione era quella in centurie che in realtà esisteva più a fini politici e organizzativi che propriamente militari. Questo schieramento permetteva di sferrare un solo attacco, e di essere molto vulnerabili ai lati, dato che la cavalleria era ridotta essendo costosissimo l'armamentario.
La legione "oplitica" fu sufficiente a difendere Roma in tutta l'età arcaica, fino agli albori della Repubblica dove avvennero importanti mutamenti che avrebbero visto prevalere l'Esercito romano su tutti gli altri.
| CLASSE | CENSO (ASSI) | N° CENTVRIE | TOT. |
| I | 100.000 | 18 cavalleria 80 fanteria | 98 |
| II | 75.000 | 20 fanteria | 95 |
| III | 50.000 | 20 fanteria | |
IV | 25.000 | 20 fanteria leggera | |
| V | 11.000 | 30 arcieri e frombolieri | |
| VI | proletarii | 5 falegnami fabbri ecc... |
Nella Repubblica: l'ordinamento manipolare.

Dalla nascita della Repubblica (509 a.C.), la legione inizia un processo di profondo rinnovamento tradizionalmente attribuito al leggendario Furio Camillo: innanzitutto si abbandona la formazione oplitica, per prendere quella manipolistica che vedeva la legione non più come un unico blocco ma divisa in più unità, dette manipoli, ognuna delle quali aveva una certa autonomia e poteva essere utilizzata facilmente ove fosse necessario senza creare lesioni al resto dello schieramento. Altra innovazione fu la distinzione di tre tipi di legionario armati diversamente a seconda del censo: la prima fila di manipoli era composta da 1200 hastates armati con una spada e una lancia sostituita poi con due pila, in seconda linea si trovavano 1200 principes armati di gladi, e in terza fila trovavano posto i triares in numero di 800, armati con lunghe lance. La legione era composta regolarmente da 3000 uomini divisi in centurie, ossia gruppi di 60 uomini (nell'età arcaica erano 100, da cui il nome centurie) comandati da un centurione che stava sulla destra, solitamente la centuria comprendeva oltre ai legionari anche un cornicifer ossia un uomo designato a portare la tuba per dare i segnali e un otpio, l'aiutante del centurione. Le centurie erano unite due a due per formare i manipoli, dove solo uno dei due centurioni era detto prior ossia aveva il comando supremo dell'unità, ed era seguito dal signifer o porta insegna del manipolo.
Durante le Guerre Puniche, i generali romani apprendono l'importanza della cavalleria non solo per operazioni di supporto e fiancheggiamento ma anche, e sopratutto per proteggere i lati della legione; e proprio a questi scopi essa viene portata a circa 200 effettivi.
Nella Repubblica la leva era effettuata tramite il censo (vedere tabella) e obbligava tutti i cittadini abili.
Le legioni erano di norma quattro, ma potevano essere anche di più in casi di necessità, ed erano comandate due per Console.
Sempre durante la Repubblica nasce la carica dei Tribuni Militium: solitamente erano sei uomini (di cui uno di rango senatorio) che avevano il comando di parti dello schieramento e della cavalleria.Fine della Repubblica: ordinamento coortale e le riforme di Caio Mario
Terminate le guerre guniche, l'Esercito romano entra in crisi, infatti gli obblighi militari avevano costretto i contadini ad abbandonare le campagne, ed al loro ritorno dalla guerra trovarono i terreni impoveriti. Non avendo più soldi per ricostruirsi l'attività decisero di venderla. La maggioranza degli ex contadini, andò quindi a formare il così detto proletariato urbano. Nel 107 a.C. Caio Mario viene eletto Console, e come soluzione a questi disagi propose la leva volontaria. In tal modo i soldati avrebbero ricevuto dallo Stato l'armatura, sarebbero stati pagati periodicamente, ed alla fine della leva avrebbero avuto un pezzo di terra da coltivare sottratta all'Ager Publicus.
Dal punto di vista prettamente militare la sua riforma apportò sostanziali modifiche alla struttura della legione e all'armamento trasformandola in un corpo di veri e propri professionisti della guerra.
- Per quello che riguarda l'armamento questo venne uniformato, facendo quindi cadere la triplice divisione tra principi astati e triari fin'ora in uso. Si introdussero per tutti una cotta di maglia (in realtà già in uso dai principi) portata sopra la tunica rossa, l'uso di un daga o coltello come arma ausiliaria, la nascita del primo "zaino tattico" della Storia che permetteva al legionario di portare tutto il necessario (badile, piccone, sacca per il frumento, borraccia, pentolino per il rancio, ricambio) con se in poco spazio. Il tutto in aggiunta ai già presenti gladio e pilum. Ciò valse ai legionari dell'epoca il soprannome di Marius mulae cioè muli di Mario, per la quantità di di cose trasportate.
- Invece, dal punto di vista tattico e organizzativo, il numero dei soldati per centuria venne portato ad 80, visto che la recente invenzione della tenda di tipo "canadese", acquisita dall'esercito per la facilità di trasporto e montaggio, consentiva di ospitare 8 uomini corrispondente alla contuberna o "camerata" che quindi divenne la base di tutta la struttura della legione. Di conseguenza i manipoli erano formati da 160 uomini. Altra innovazione non meno importante fu l'introduzione della cohors o coorte, un'unità formata dall'unione di tre manipoli, in grado di svolgere un grande spettro di attività oltre che di affrontare piccoli scontri autonomamente. La coorte era formata da 480 uomini, anche se variò sensibilmente più volte durante l'epoca imperiale, ed era rappresentata dal signum cohortis o insegna della coorte portata da uno specifico alfiere. La coorte poteva essere comandata da un Tribuno Militare.

Età Imperiale: la legione "perfetta"
L'Imperatore Ottaviano (I sec. d.C.) nell'ottica della sua imponente riforma statale, diminuisce drasticamente il numero delle legioni che passano da 60 a 25 circa, inoltre raddoppia permanentemente il numero degli uomini della prima coorte che arrivano a 1000 circa e per questo verrà chiamata cohors millenaria: essa era composta solo da cinque centurie con effettivi doppi.La cavalleria viene riorganizzata e quindi divisa in 10 squadroni (detti turmae) formati da circa 15 cavalieri ciascuno. Ogni legione poteva avere un minimo di 150 cavalieri fino ad un massimo di 300 circa. Ogni turma era sottoposta a tre decuriones di cui il più anziano deteneva il controllo dell'unità.
Il generale della legione prende il nome di Legatus Legionis ed è subordinato ad un generale d'armata chiamato Comes Legionis (vedi i gradi militari).
Inoltre la necessità di accorpare anche temporaneamente reparti provenienti da legioni diverse viene compiuta con l'istituzione delle vexillationes.
Nel I secolo d.C. la tipica lorica anellata basata sulla cotta di maglia viene sostituita dalla lorica segmentata formata da più piastre longilinee poste le une sopra le altre. Questa armatura era molto resistente nei confronti delle stoccate e delle frecce poiché era in grado di assorbire l'urto e di disperderlo su tutta l'armatura; inoltre era piuttosto flessibile garantendo al soldato una buona mobilità.
Per capire meglio qui sotto è rappresentata la tipica legione del primo Impero schierata per la battaglia esponiamo quindi le sue principali componenti: la coorte da 500 uomini è gialla, la coorte millesimaria (960 uomini c.a.) è grigia, il manipolo (160 uomini) è verde scuro, la centuria (1/2 manipolo) è arancione, la turma è verde chiaro, mentre la ala di cavalleria (5 turmae) è azzurra.

Età tardo Imperiale: lo sdoppiamento delle legioni.
La struttura dell'Esercito rimane invariata pressoché per secoli, fino a quando l'Imperatore Diocleziano (285-301 d.C.) attua una nuova riforma secondo la quale il numero delle legioni sarebbe aumentato, e che le legioni fossero divise in due parti. La prima parte detta limitanea (cioè che stava nei pressi del confine), aveva il compito di sorvegliare i confini, mentre la seconda detta comitatus stava nelle retrovie, pronta a fermare eventuali orde riuscite ad oltrepassare il limes (confine dell'Impero); il comitatus formava il nerbo dell'Esercito ed era posto più internamente per poter rapidamente accorrere ove fosse necessario. Già dalla seconda metà del III secolo d.C. l'esercito, a causa delle continue e d'altronde necessarie immissioni di soldati barbari poco inclini alla disciplina, era diventato sempre più barbarizzato, la tipica uniforme romana troppo difficile da produrre in tempi così difficili venne sostituita da una cotta di maglia portata sopra la tunica, il gladio spesso veniva sostituito con la spada,e, al posto del pilum e dello scutum presero posto lancia e parma (scudo tondo) oppure lo scudo ovale.Vista questa situazione di generale imbarbarimento i generali cercavano di adattare gradualmente il modo di combattere dei barbari, basato su rapide scorrerie, e disordinati attacchi in massa di fanteria, con la disciplina del manipolo romano e al combattimento di corpo piuttosto che quello individuale.
LE GLORIOSE VITTORIE DI ROMA.
Le celeberrime vittorie di Roma sui suoi nemici, venivano commemorate con fastosi Triumphes che si concretizzavano con il gesto da parte delle legioni vittoriose nel varco dell'Arco di Trionfo edificato appositamente per loro. Il Trionfo poteva essere accordato solo dal Senato, che doveva ricevere il resoconto degli scontri, e sapere quanti nemici erano caduti, e quindi l'entità della battaglia finale. Durante il tragitto i soldati acclamavano il proprio generale, e prendendolo in giro con canti scherzosi: lo stesso Caesar veniva chiamato "l'adultero calvo". Il corteo era preceduto dal generale vittorioso che montava una quadriga, seguito dai tribuni militari, dalle Aquile e dai Vessilli delle legioni, poi dal resto delle truppe che trasportavano su grandi carri il bottino di guerra (che poi veniva diviso fra i soldati), gli schiavi, e delle tavole dipinte che rievocavano i punti salienti delle battaglie. Al momento culminante del Trionfo per tradizione, lo schiavo che teneva l'alloro della vittoria sulla testa del generale gli sussurrava nell' orecchio "Ricordati, sei sempre un uomo". Il tragitto del Trionfo solitamente partiva dal Campo Marzio, passando per le vie fin dentro al Circo Massimo, poi per la via Trionfale, e quella Sacra passando per il Foro, e aveva come meta il tempio di Giove Capitolino, in cima al Campidoglio ove venivano versati gli onori al generale vittorioso. Al termine della processione trionfale venivano preparati grandissimi banchetti a cui tutta la popolazione era invitata a partecipare. Nell'età imperiale, il Trionfo fu praticamente accordato solo ad Imperatori visto che erano questi ultimi a condurre le campagne militari, comunque ai generali erano concesse delle onorificenze, dette ornamenta triumphalia, che permettevano loro di sfilare con le vesti del triumphator insieme all'Imperatore.[/size]





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Re: L'Impero Romano....
Costantino e Licinio, 1 Guerra.
Dopo la morte di Massimino l'impero ebbe la pace solo per pochi mesi, poi la guerra civile scoppiò nuovamente e questa volta tra i due imperatori.
Gli storici affermano che lo scontro fu causato da una congiura ordita da Bassiano marito di Anastasia, contro il cognato Costantino; una congiura alla quale avrebbe partecipato Licinio, e può anche darsi; ma il vero motivo della guerra deve ricercarsi nell'ambizione del figlio di Costanzo Cloro e in quello squilibrio che si era venuto a creare dopo la scomparsa di Massimino
Caio Licinio si era venuto a trovare padrone delle più vaste e più ricche province dell'impero e -ciò che più conta- in possesso dell' Illirico, miniera inesauribile di soldati e da dove si poteva minacciare seriamente l'integrità dei territori d'Occidente.
Costantino che mirava a diventare l'unico padrone di tutto l' impero, fallito il tentativo di far suo l'Illirico, colse il pretesto per muovere guerra al collega a causa del rifiuto oppostogli da Licinio di consegnargli Senecione -uno dei congiurati- che si era rifugiato alla sua corte.
Con la risolutezza che gli era solita, Costantino invase prima l'Illirico. Con sé aveva un esercito piuttosto scarso come numero - venticinquemila uomini circa in tutto - ma era composto di soldati agguerriti che avevano una grandissima fiducia nel loro capo e questi, d'altro canto, contava sul proprio talento e sulla rapidità delle sue mosse. Due battaglie furono combattute: una a Cibale, in Pannonia, sulla Sava, l'8 ottobre del 314, l'altra presso Adrianopoli, nella pianura tracica di Mardia.
L'una e l'altra finirono con la vittoria di Costantino. Non furono però vittorie decisive: il vincitore disponeva di poche truppe per poterle sfruttare; mentre il nemico, sebbene sconfitto, aveva grandi riserve pronte e con le quali rendeva difficile il vettovagliamento dell'esercito d'Occidente, infine l'inverno avanzava e costituiva un alleato prezioso per Licinio.
Per questi motivi Costantino accettò le proposte di pace che il rivale gli offriva, ed ebbe per sé il Norico, la Dalmazia, la Pannonia, parte della Mesia, la Macedonia, la Dacia l'Epiro e la Grecia. Licinio conservò il resto della Mesia, la Scizia e la Tracia e sacrificò Cajo Aurelio Valente che durante la guerra aveva nominato Cesare.
Alla stessa dignità Costantino innalzò il proprio figlio Crispo, avuto dalla prima moglie Minervina, e l'altro figlio Flavio Claudio Costantino; dal canto suo Licinio nominò Cesare il figlio Liciniano.
La pace conclusa dopo la battaglia di Mardia durò circa nove anni. Pareva che la tetrarchia dioclezianea fosse stata restaurata, ma in sostanza - pur essendo uno l'impero - come al tempo di Diocleziano, non era invece unico l'indirizzo politico, specialmente nei riguardi della religione. Se per alcuni anni Licinio rispettò l'editto di Milano, mantenendosi inizialmente neutrale in mezzo ai vari culti, Costantino fece una politica apertamente più favorevole al Cristianesimo e senza perseguitare i pagani.
Egli accordò al clero l'esenzione dalle imposte e dai munera civilia, riconobbe alla chiesa il diritto di accettare legati ed eredità ed accrebbe l'autorità dei vescovi considerando valide le loro sentenze nelle cause civili, il che rappresentava un grandissimo privilegio per i Cristiani che venivano sottratti al giudizio dei tribunali di Stato. E non solo con i privilegi Costantino si assicurò l'appoggio della chiesa ma anche con i donativi; e fu tale il prestigio che egli riacquistò tra i Cristiani da esser chiamato a dirimere le loro contese interne (anche se erano puramente di carattere teologico, lui che era, e rimase sempre un adoratore del dio Sole).


Dopo la morte di Massimino l'impero ebbe la pace solo per pochi mesi, poi la guerra civile scoppiò nuovamente e questa volta tra i due imperatori.
Gli storici affermano che lo scontro fu causato da una congiura ordita da Bassiano marito di Anastasia, contro il cognato Costantino; una congiura alla quale avrebbe partecipato Licinio, e può anche darsi; ma il vero motivo della guerra deve ricercarsi nell'ambizione del figlio di Costanzo Cloro e in quello squilibrio che si era venuto a creare dopo la scomparsa di Massimino
Caio Licinio si era venuto a trovare padrone delle più vaste e più ricche province dell'impero e -ciò che più conta- in possesso dell' Illirico, miniera inesauribile di soldati e da dove si poteva minacciare seriamente l'integrità dei territori d'Occidente.
Costantino che mirava a diventare l'unico padrone di tutto l' impero, fallito il tentativo di far suo l'Illirico, colse il pretesto per muovere guerra al collega a causa del rifiuto oppostogli da Licinio di consegnargli Senecione -uno dei congiurati- che si era rifugiato alla sua corte.
Con la risolutezza che gli era solita, Costantino invase prima l'Illirico. Con sé aveva un esercito piuttosto scarso come numero - venticinquemila uomini circa in tutto - ma era composto di soldati agguerriti che avevano una grandissima fiducia nel loro capo e questi, d'altro canto, contava sul proprio talento e sulla rapidità delle sue mosse. Due battaglie furono combattute: una a Cibale, in Pannonia, sulla Sava, l'8 ottobre del 314, l'altra presso Adrianopoli, nella pianura tracica di Mardia.
L'una e l'altra finirono con la vittoria di Costantino. Non furono però vittorie decisive: il vincitore disponeva di poche truppe per poterle sfruttare; mentre il nemico, sebbene sconfitto, aveva grandi riserve pronte e con le quali rendeva difficile il vettovagliamento dell'esercito d'Occidente, infine l'inverno avanzava e costituiva un alleato prezioso per Licinio.
Per questi motivi Costantino accettò le proposte di pace che il rivale gli offriva, ed ebbe per sé il Norico, la Dalmazia, la Pannonia, parte della Mesia, la Macedonia, la Dacia l'Epiro e la Grecia. Licinio conservò il resto della Mesia, la Scizia e la Tracia e sacrificò Cajo Aurelio Valente che durante la guerra aveva nominato Cesare.
Alla stessa dignità Costantino innalzò il proprio figlio Crispo, avuto dalla prima moglie Minervina, e l'altro figlio Flavio Claudio Costantino; dal canto suo Licinio nominò Cesare il figlio Liciniano.
La pace conclusa dopo la battaglia di Mardia durò circa nove anni. Pareva che la tetrarchia dioclezianea fosse stata restaurata, ma in sostanza - pur essendo uno l'impero - come al tempo di Diocleziano, non era invece unico l'indirizzo politico, specialmente nei riguardi della religione. Se per alcuni anni Licinio rispettò l'editto di Milano, mantenendosi inizialmente neutrale in mezzo ai vari culti, Costantino fece una politica apertamente più favorevole al Cristianesimo e senza perseguitare i pagani.
Egli accordò al clero l'esenzione dalle imposte e dai munera civilia, riconobbe alla chiesa il diritto di accettare legati ed eredità ed accrebbe l'autorità dei vescovi considerando valide le loro sentenze nelle cause civili, il che rappresentava un grandissimo privilegio per i Cristiani che venivano sottratti al giudizio dei tribunali di Stato. E non solo con i privilegi Costantino si assicurò l'appoggio della chiesa ma anche con i donativi; e fu tale il prestigio che egli riacquistò tra i Cristiani da esser chiamato a dirimere le loro contese interne (anche se erano puramente di carattere teologico, lui che era, e rimase sempre un adoratore del dio Sole).

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Re: L'Impero Romano....
I Longobardi erano una popolazione germanica orientale, protagonista tra il II e il VI secolo di una lunga migrazione che la portò dal basso corso dell'Elba fino all'Italia. Il movimento migratorio ebbe inizio nel II secolo, ma soltanto nel IV l'intero popolo avrebbe lasciato il basso Elba; durante lo spostamento, avvenuto risalendo il corso del fiume, i Longobardi approdarono prima al medio corso del Danubio (fine V secolo), poi in Pannonia (V secolo), dove consolidarono le proprie strutture politiche e sociali, si convertirono - almeno parzialmente - al Cristianesimo ariano e inglobarono elementi etnici di varia origine.
Entrati a contatto con il mondo bizantino e la politica dell'area mediterranea, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. Il dominio longobardo fu articolato in numerosi ducati, che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale dei sovrani insediati a Pavia; nel corso dei secoli, tuttavia, grandi figure di sovrani come Autari, Agilulfo (VI secolo), Rotari, Grimoaldo (VII secolo), Liutprando, Astolfo e Desiderio (VIII secolo) estesero progressivamente l'autorità del re, conseguendo progressivamente un rafforzamento delle prerogative regie e della coesione interna del regno. Il Regno longobardo, che tra il VII e l'inizio dell'VIII secolo era arrivato a rappresentare una potenza di rilievo europeo, cessò di essere un organismo autonomo nel 774, a seguito della sconfitta subita dai Franchi guidati da Carlo Magno.
Nel corso dei secoli, i Longobardi, inizialmente casta militare rigidamente separata dalla massa della popolazione romanica, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all'emanazione di leggi scritte in latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo (fine VII secolo) e allo sviluppo, anche artistico, di rapporti sempre più stretti con le altre componenti socio-politiche della Penisola (bizantine e romane). La contrastata fusione tra l'elemento germanico longobardo e quello romanico pose le basi, secondo il modello comune alla maggior parte dei regni latino-germanici altomedievali, per la nascita e lo sviluppo della società italiana dei secoli successivi.
Entrati a contatto con il mondo bizantino e la politica dell'area mediterranea, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. Il dominio longobardo fu articolato in numerosi ducati, che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale dei sovrani insediati a Pavia; nel corso dei secoli, tuttavia, grandi figure di sovrani come Autari, Agilulfo (VI secolo), Rotari, Grimoaldo (VII secolo), Liutprando, Astolfo e Desiderio (VIII secolo) estesero progressivamente l'autorità del re, conseguendo progressivamente un rafforzamento delle prerogative regie e della coesione interna del regno. Il Regno longobardo, che tra il VII e l'inizio dell'VIII secolo era arrivato a rappresentare una potenza di rilievo europeo, cessò di essere un organismo autonomo nel 774, a seguito della sconfitta subita dai Franchi guidati da Carlo Magno.
Nel corso dei secoli, i Longobardi, inizialmente casta militare rigidamente separata dalla massa della popolazione romanica, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all'emanazione di leggi scritte in latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo (fine VII secolo) e allo sviluppo, anche artistico, di rapporti sempre più stretti con le altre componenti socio-politiche della Penisola (bizantine e romane). La contrastata fusione tra l'elemento germanico longobardo e quello romanico pose le basi, secondo il modello comune alla maggior parte dei regni latino-germanici altomedievali, per la nascita e lo sviluppo della società italiana dei secoli successivi.

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Re: L'Impero Romano....
Rivestendo questi poteri avrebbe voluto dirigere lo Stato, ma proprio per prevenire le sue ambizioni gli fu innanzitutto affiancato un mentore in cui Vespasiano riponeva totale fiducia, Licinio Muciano. Questo avvenimento fu per Domiziano il primo oltraggio nei suoi confronti. Il suo comportamento confusionario e vendicativo riuscì ad irritare suo padre. Nonostante ciò, il suo nome accompagnava quello del Vespasiano e di Tito sui monumenti, e per molte volte egli ricoprì il consolato con il padre durante il regno di quest’ultimo.
Malgrado questi onori, Domiziano considerava la condotta dei suoi congiunti come ingiusta verso di lui. Sebbene associato al potere era stato lasciato in disparte e fu persino coinvolto, durante il regno di Tito, in complotti tesi a sollevare gli eserciti contro l’imperatore.
Almeno una persona non rimase addolorata di fronte alla morte di Tito: suo fratello, Domiziano.
Si affermò anche che quest’ultimo lo avesse avvelenato, ma nonostante ciò sappiamo con certezza che Tito era ancora in vita quando Domiziano partì per Roma, si recò nel campo dei pretoriani, si fece acclamare imperatore e distribuì un donativum.
Nell’81, subito dopo la morte del fratello, Domiziano si fece dare tutti i poteri dal Senato: aveva fretta, anche perché, dopo anni in cui era stato allontanato dal potere nonostante lo avesse posseduto pari al fratello, aveva ancora più voglia di regnare.
Il suo regno durò 15 anni, perché nel 96 fu pugnalato da una cospirazione che riuniva anche la moglie Domizia oltre ai due prefetti del pretorio, membri della corte e alcuni senatori. Uno tra loro, Lucio Cocceio Nerva, era già stato designato come futuro imperatore.
Una volta morto Domiziano fu sottoposto alla damnatio memoriae: fu scalpellato via dai monumenti il suo nome, in maniera assai sistematica; fu presentato come un «Nerone calvo», «una bestia feroce particolarmente crudele».
Contro di lui si schierarono Plinio il Giovane e Tacito, due senatori che però avevano fatto carriera sotto il suo regno, e anche Giovenale.
Da vivo non aveva avuto altro che adulatori, come Marziale o Stazio. La testimonianza più equilibrata che abbiamo su di lui è quella di Svetonio, che gli attribuì non solo qualità negative, ma anche alcuni meriti come il suo senso del dovere, la sua attenzione per la condotta dei magistrati e dei governatori di provincia, le sue innovazioni, la sua evoluzione.
Evidenziò anche i due poli di opposizione del Principe: intellettuali e senatori, gruppi che spesso coincidevano.
Di carattere poco facile, vanitoso e diffidente, insofferente ai confronti con il fratello e alle accuse di un assolutismo che si rivelava di giorno in giorno; attuò una politica di repressione che alimentava i complotti e giustificava tutti i timori.
Nell’89 il legato di Germania Superiore si rivoltò e si fece proclamare imperatore, trascinò con sé due legioni e dei Germani. L’usurpazione venne però repressa con energia. Dopo un timido riavvicinamento al Senato, Domiziano iniziò la prova di forza:
- persecuzione cruenta dei senatori;
- espulsione dei filosofi da Roma e da tutta l’Italia;
- persecuzioni contro i Giudei e i Cristiani.
Le persecuzioni non risparmiano la famiglia imperiale, e proprio perché si sentiva minacciata dall’imperatore sua moglie incoraggiò il complotto decisivo. In totale, comunque, le condanne a morte furono meno di quanto si è sempre creduto, e così anche la tirannia: solo tre anni tirannici. Furono solo questi che gli storici del ii secolo ricordarono, trascurando l’opera di innovatore e continuatore di Domiziano.

francatrudy- L'Amico D'oro
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Re: L'Impero Romano....
| Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (Diocle) | Nato nel 243, regnò dal 20 novembre 284 al 1º maggio 305. | Tetrarchia di quattro imperatori: augusti: Diocleziano per l'Oriente e Massimiano Erculio (cesare dal 285) per l'Occidente; cesari: Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente, (dal 293). Diocleziano e Massimiano Erculio abdicano nel 305 e moriranno rispettivamente nel 313 e nel 310. Usurpatori nelle Gallie: Marco Aurelio Mauseo Carausio (287-293) Lucio Domizio Domiziano(292) Alletto (293-293). | |||||||||||||||
| Massimiano | Marco Aurelio Valerio Massimiano | Nato nel 250 circa, regnò dal 286 al 305. | |||||||||||||||
| Costanzo Cloro | Gaio Flavio Valerio Costanzo | Nato nel 250 circa, regnò dal 305 al 306. | Tetrarchia di quattro imperatori: augusti: Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente (cesari dal 293); cesari: Massimino Daia per l'Oriente e Flavio Severo per l'occidente (dal 305). Nel 306 si proclamano augusti Costantino I e Massenzio in Occidente. | ||||||||||||||
| Galerio | Gaio Valerio Galerio Massimiano | nato nel 250 (?), regnò dal 306 al 311. | |||||||||||||||
| Flavio Severo | Flavio Valerio Severo | Nato nel ?, regnò dal 306 al 307. | Cesare per l'Occidente dal 305; gli si oppongono Costantino I e Massenzio. | ||||||||||||||
| Massimino Daia | Galerio Valerio Massimino Daia | Nato nel ?, regnò dal 308 al 313. | Dal 308 regnarono insieme: Galerio (cesare dal 293 e augusto per l'Oriente dal 305); Licinio (augusto dal 308) Massimino Daia (cesare per l'Oriente dal 305) Costantino I (autoproclamatosi augusto nel 306). Marco Aurelio Valerio Massenzio, autoproclamatosi augusto nel 306, ma mai riconosciuto, regnò fino al 312 su Italia e Africa. Usurpatore in Africa: Lucio Domizio Alessandro (308-310). | ||||||||||||||
| Licinio | Flavio Valerio Liciniano Licinio | Nato nel 250 (?), regnò dal 308 al 324. | |||||||||||||||
| Costantino I | Flavio Valerio Costantino | Nato nel 274, regnò dal 306 al 337. | |||||||||||||||
| Costantino II | Flavio Claudio Giulio Costantino | Nato nel 316, regnò dal 337 al 340. | Regnano insieme Costantino II (Gallie), Costanzo II (in Oriente) e Costante (Italia e Africa). Designato cesare Flavio Claudio Giulio Costanzo Gallo (351-354) e poi Giuliano (dal 355). Usurpatori nelle Gallie: Flavio Magno Magnenzio (350-353) e Magno Decenzio (351-353) e poi Claudio Silvano (355). Usurpatore a Roma: Flavio Popilio Nepoziano, imparentato con la famiglia di Costantino, si proclama augusto nel 350. Usurpatore in Illirico: Vetranione (350: si ritira e muore poi nel 356). | ||||||||||||||
| Costanzo II | Flavio Giulio Costanzo | Nato nel 317, regnò dal 337 al 361. | |||||||||||||||
| Costante I | Flavio Giulio Costante | Nato nel 321, regnò dal 337 al 350.. | |||||||||||||||
| Giuliano | Flavio Claudio Giuliano (Giuliano l'Apostata) | Nato nel 331, regnò dal 360 al 363. | Nominato cesare dal 355. | ||||||||||||||
| ... | |||||||||||||||||
| Gioviano | Claudio Flavio Gioviano | Nato nel 331?, regnò dal 363 al 364. | |||||||||||||||
| Valentiniano I | Flavio Valentiniano | Nato nel 321, regnò dal 364 al 375. | Regnano insieme:
Valentiniano II regnò sotto la reggenza della madre Giustina. Usurpatore a Costantinopoli: Procopio (365-366). Usurpatori nelle Gallie: Magno Massimo (383-388) e Flavio Vittore (384-388). Usurpatore in Italia: Flavio Eugenio (392-394) | ||||||||||||||
| Valente | Flavio Valente | Nato nel 328 (?), regnò dal 364 al 378. | |||||||||||||||
| Graziano | Flavio Graziano | Nato nel 359, regnò dal 375 al 383 | |||||||||||||||
| Valentiniano II | Flavio Valentiniano | Nato nel 371, regnò dal 375 al 392. | |||||||||||||||
| Teodosio I | Flavio Teodosio | Nato nel 346 (?), regnò dal 379 al 395. | |||||||||||||||
Impero romano d'Occidente (395-476) [modifica]
| Per approfondire, vedi le voci Impero romano d'Occidente e Imperatori romani d'Oriente. |
| Onorio | Flavio Onorio | Nato nel 384, regnò dal 23 gennaio 393 (dal 395 come unico imperatore) al 15 agosto 423. | Imperatori d'Oriente contemporanei: Flavio Arcadio (395-408) e Teodosio II Calligrafo (408-450). Parens e generale Stilicone (395-408). Flavio Costanzo, marito di Galla Placidia, sorella di Onorio, è nominato augusto nel 421, ma muore poco dopo. Usurpatori nelle Gallie: Costantino III (407-411), Costante II (409-411) Massimo (409-411 e forse morto nel 422), Giovino (411-413). Usurpatore: Prisco Attalo (nel 409-410 e nel 414-417) per opera di Alarico I. |
| Costanzo III | Flavio Costanzo | Regnò nel 421. | |
| (interregno senza imperatori in occidente 423-425) | Giovanni Primicerio, eletto dal Senato a Roma e non riconosciuto dall'imperatore d'Oriente Teodosio II | ||
| Valentiniano III | Flavio Placido Valentiniano | Nato il 2 luglio 419, regnò dal 425 al 455. | Imperatori d'Oriente contemporanei: Teodosio II Calligrafo (408-450) e Flavio Marciano (450-457). Regna sotto la reggenza della madre Galla Placidia fino al 437. Parens e generale Flavio Ezio (425-454). Usurpatore in Dalmazia: Marcellino (dal 454). |
| Petronio Massimo | Petronio Massimo | Nato nel 397, regnò nel 455. | Imperatore d'Oriente contemporaneo: Flavio Marciano (450-457). Associato al potere il figlio Palladio |
| Avito | Flavio Eparchio Avito | Nato nel 395 circa, regnò dal 455 al 456. | Imperatore d'Oriente contemporaneo: Flavio Marciano (450-457). Flavio Ricimero (455-472). Nel 456 viene deposto e diventa vescovo di Piacenza. |
| Maggioriano | Giulio Valerio Maggioriano | Regnò dal 457 al 461. | Imperatore d'Oriente contemporaneo: Leone I (457-474) Flavio Ricimero (455-472). |
| Libio Severo | Libio Severo | Nato nel 420 circa, regnò dal 461 al 465. | |
| (interregno senza imperatori in occidente 466-467) | |||
| Antemio | Procopio Antemio | Nato nel 420 circa, regnò dal 467 al 472. | |
| Anicio Olibrio | Flavio Anicio Olibrio | Regnò nel 472. | |
| Glicerio | Flavio Glicerio | Nato nel 420 circa, regnò dal 473 al 474. | Imperatore d'Oriente contemporaneo: Leone I il Grande (457-474). Patrizio Gundobado Glicerio viene deposto e diventa vescovo di Salona e poi di Miliano. |
| Giulio Nepote | Flavio Giulio Nepote | Nato nel 430 circa, regnò dal 474 al 475. | Imperatori d'Oriente contemporanei: Leone I il Grande (457-474), Leone II (474) e Zenone Isaurico (474-491). Patrizio Oreste Giulio Nepote si rifugia in Oriente e muore nel 480. Sebbene deposto, si ritiene il legittimo imperatore fino alla morte. |
| Romolo Augusto | Romolo Augusto | Nato nel 459, regnò dal 475 al 476. | Imperatore d'Oriente contemporaneo: Zenone Isaurico (474-491) con interruzione per il regno di Basilisco (475-476). Patrizio Oreste Romolo Augusto viene deposto e confinato in Campania da Odoacre, mentre l'Impero d'Oriente continuerà ad esistere ancora per circa 1000 anni. |
La fine dell'impero Romano d'Occidente si fa coincidere tradizionalmente con la riconsegna delle insegne imperiali da parte di Odoacre all'imperatore d'Oriente Zenone, nel 476. Tuttavia va considerato che l'imperatore Giulio Nepote continuò a regnare sulla Dalmazia, considerandosi il legittimo imperatore d'Occidente fino alla sua morte nel 480, per cui secondo alcuni questa è la vera data della fine dell'impero.
In passato furono considerati in vario modo continuatori degli imperatori romani gli imperatori bizantini e gli imperatori del Sacro Romano Impero[1].Dinastia costantiniana

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