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con il fuoco del mio cuore e rivivrei momenti di brividi passioni.
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Re: Film in genere.
THE PASSION


Giudicato, criticato per alcune scene e per le citazioni (secondo alcuni non riconducibili alle Sacre Scritture, i Vangeli canonici), esaltato, condannato per l’estrema violenza delle scene delle torture e la crocifissione, comunque sia, questo film di Mel Gibson resta un capolavoro dei nostri tempi, una pellicola che riesce a vedere oltre al sacrificio estremo di Cristo, oltre al dogma della fede, per la salvezza degli uomini secondo la Chiesa Cattolica. Perché “The Passion” è un film intenso, di ottima regia, montaggio, come anche la fotografia, in grado di regalarci il volto di un J. Caviezel (Gesù Cristo), umano fino al punto più alto della resistenza ad un dolore disumano, ad una brutalità quasi inconcepibile ai nostri occhi di spettatori. L’ottimo lavoro del direttore della fotografia si nota già dalla scena iniziale della tentazione di Satana nell’orto degli Ulivi: qui domina il buio della notte che accompagna l’incertezza, la scelta e l’accettazione del giovane Cristo che si lascerà catturare da lì a poco andando verso la Morte. L’inquietante presenza di Satana che incombe all’improvviso con il volto “indemoniato” di Rosita Celentano lascia attoniti, perché conosciamo già a quale depravazione eterna è condannato mentre osserviamo il serpente del peccato (non a caso “impersonato” attraverso il corpo femminile simbolo del peccato originale di Eva) muoversi verso i piedi del Cristo. Brillante la scelta del regista dell’inquadratura nel dettaglio del piede che schiaccia la testa della serpe, evocando in una frazione di secondo, il rifiuto alla salvezza attraverso la fuga. Il bacio traditore di Giuda invece non è stato sottolineato in modo particolare nel film, infatti, la scena si conclude nello scontro tra i discepoli e i gendarmi che si avvicinano a Cristo. Riuscita molto bene, invece la scena del primo flash – back di Cristo, che arrestato passa accanto alla bottega di un vecchio falegname: qui s’innesca il ricordo immediato del Gesù ragazzo impegnato a costruire un tavolo più grande del normale con la tenerezza dei momenti felici insieme alla madre che scherza con lui in una reciproca complicità che ritorna nel montaggio della scena successiva, in cui Cristo in catene rivede la madre con il volto segnato dal dolore. Credo che un’altra scena da segnalare sia quella del triplo rinnegamento di Pietro, che viene inevitabilmente travolto dalla folla che vorrebbe linciarlo. Il suo volto è inebetito, scosso, inconsapevole del gesto appena compiuto fino a che non ricorda, attraverso un flash – back, l’annuncio del tradimento stesso da parte del Cristo, durante il loro dialogo nell’Ultima Cena. L’intensività emotiva dello sguardo umano di Giuda che promette di restargli accanto a costo della morte è esemplare, ci suggerisce l’immagine di un uomo condannato per sempre dal male e dal peccato, manifestato nei volti schizofrenici e deformati dei bambini che lo perseguitano, trasfigurazioni demoniache di Satana che lo perseguitano portandolo all’impiccagione. Qui è un campo medio di paesaggio arido e desertico a indagare sulla fine di Giuda, codardo e disperato nella consapevolezza della gravità del suo gesto, aver venduto Cristo per trenta denari. La prima scena alla luce del giorno è quella del primo incontro tra Ponzio Pilato e Cristo: il primo lo osserva dall’alto della sua abitazione mentre il condannato arriva tra la folla che lo deride e urla contro di lui. Mel Gibson ci regala per la prima volta nel film, il volto tumefatto e sanguinante del Cristo: proviamo come un pugno allo stomaco nell’osservare quest’uomo che già sappiamo innocente umiliato e sopraffatto in modo indicibile dalla crudeltà umana senza giustificazione. La limitatezza del dolore provato dal Cristo - uomo ci assale mentre alza la testa verso il cielo e osserva il volo di una colomba. Le sue ali che sbattono sono la Vita stessa, effimera e fugace, sfuggente come il tempo che passa e lascia i segni su ognuno di noi, forse anche su Pilato che appare incredulo all’inizio, difronte a quest’uomo così odiato per essere secondo il popolo un millantatore, un falso profeta e guaritore. A questo punto iniziano le interminabili torture a cui Cristo viene sottoposto, mentre i suoi occhi scorgono tra la folla quello demoniaco di Satana che lo segue passo passo. Personalmente credo siano state esagerate le frustate alle quali è stato sottoposto, perché umanamente non riesco ad immaginare come un corpo possa sopportare un tale dolore prima di arrivare ad una crocifissione. Inevitabilmente stringiamo i pugni davanti al sangue di Cristo che sgorga dalle sue piaghe mentre viene dilaniato e massacrato senza nessuna pietà. La colonna sonora non smorza il nostro dolore mentre osserviamo il volto cereo di Maria che soffre del dolore del figlio innocente che sta morendo davanti ai suoi occhi; è come se le frustate la colpissero in volto, nel cuore e nell’anima, come se stesse soffrendo lo stesso dolore del figlio martirizzato, straziante ma contenuto, “controllato” dalla Fede e dalla rassegnazione mentre si china a terra e asciuga con un panno il sangue nel punto in cui, pochi minuti prima, Gesù è stato frustato. S’avvicina l’ora della fine, viene posta la corona di spine sul capo, si veste il Cristo per l’inizio del lungo cammino che lo porterà sul monte del Calvario. Indimenticabile l’effetto flash – back ralenti sulle mani di Maria Maddalena (Monica Bellocci) che si allungano verso i piedi del Cristo, in cerca di pietà, del perdono dei peccati, mentre il popolo cerca di lapidarla scagliandole pietre da lontano. Emblematico ancora l’episodio della condanna finale con il codardo gesto di Ponzio Pilato che guarda l’uomo martoriato e gli chiede: “Non dici niente? E il tuo potere?”. Mel Gibson qui ci mostra il dettaglio della bacinella d’acqua, importante perché simbolicamente rappresenta la purificazione del Battesimo cristiano, un atto “sacrilego” invece nelle mani di Pilato che vengono “lavate” come incolpevoli testimoni del martirio voluto dal popolo. Anche qui di grande rilievo l’effetto flash – back del Cristo che ricorda quello stesso gesto prima di iniziare l’Ultima Cena: è l’acqua incolore, insapore, inodore, inconsistente materia della Vita sulla Terra la protagonista di questa scena, l’acqua che “purifica” le mani e le coscienze mentre Pilato crede di non essere responsabile della martirio del Nazareno perché è stata la voce del popolo a chiedere la sua violenta morte. Pilato “lava via” il suo sangue innocente sporcandosi la coscienza con la condanna eterna di “assassino”. Del percorso tormentato verso il Golgòta colpisce ancora una volta il volto demoniaco della Celentano (che impersona Satana) che scruta con il suo ghigno malvagio l’uomo Cristo che porta sulle proprie spalle il peso dell’enorme croce di legno. Il regista sottolinea in particolare, come nel Vangelo, le tre cadute di Gesù: la prima ci viene “consegnata” in ralenti che accentua ancora di più la fatica e il dolore di quest’uomo che cede, crollando a terra. ancora una volta è il flash – back della madre Maria a ricordarci che l’uomo martoriato che abbiamo difronte, è stato un bambino, ha imparato a vivere come tutti, camminando, correndo, cadendo per poi rialzarsi. Ma questa volta la donna non ha più davanti quel bambino, non può soccorrerlo per aiutarlo a rialzarsi, deve farcela da solo, è un uomo innocente, condannato ingiustamente (“Vedi, madre, io faccio nuove tutte le cose”). Alla seconda caduta, viene aiutato da Simone di Cirène a portare la croce, ma iniziano i primi tumulti tra la gente che è accorsa per vedere Cristo cadere di nuovo a terra. Le risa, gli sputi, le umiliazioni non sono finite, ma in tutto questo scempio colpisce l’ingenuità di un piccolo gesto di coraggio di una giovane che si avvicina a Gesù e gli porge un fazzoletto per asciugarsi il sangue. Ma ormai è sfinito, esanime, le poche forze che gli restano sono riservate al capo che si protrae al cielo, alla vista della sua straordinaria bellezza che nessun male può scalfire mai. Sul monte Golgòta, Cristo ricorda se stesso tutte le volte in cui ha predicato l’importanza dell’Amore per campi, terre, monti, luoghi deserti e pieni di gente, ricordando la gratuità dell’Amore insegnata durante l’Ultima cena, di quell’Amore incondizionato che è utile, pieno, ricolmo di gioia se è totale anche per chi non lo conosce (“Amate i vostri nemici…perché se amate chi vi ama, che avete in cambio?” – “Io Sono la Via, la Verità e la Vita”). In rapida successione i flash – back dell’Ultima Cena s’inseriscono nel rapido montaggio della crocifissione, con i chiodi conficcati nella carne viva e nella croce. La crudeltà raggiunge i massimi livelli di spietatezza. Non c’è colonna sonora, né dialoghi, soltanto i gemiti di dolore del Cristo mentre i colpi di martello sferrati nel palmo delle mani trapassano la carne e lacerano dentro il cuore umano dell’uomo innocente sollevato in alto sulla croce nella sua lunghissima e lenta agonia, la sua condanna senza appello, accompagnato dai due ladroni crocifissi accanto a lui. Lo strazio e il dolore sono al momento più alto: Giovanni, Maria Maddalena e Maria guardano quel corpo martoriato grondare sangue e in silenzio attendono l’ultimo respiro di Cristo, quando alle tre del pomeriggio, il cielo si oscura completamente, Cristo invoca e chiede il perché a Dio (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? – “Carne della mia carne…sangue del mio sangue…”) prima di esalare l’ultimo respiro verso il cielo. E’ la fine. Dall’alto del cielo cade la neve, mi sembrerebbe simbolicamente la carezza di Dio per il suo Figlio nell’ultima ora, un segno d’ancestrale Amore rinnovato nella goccia che cade a terra dal cielo. Qui è un’inquadratura dal basso che cattura la nostra attenzione nel silenzio irreale della morte che scuote i presenti con un boato tremendo che squarcia la Terra come un terremoto di proporzioni spaventose. E’l’ira di Dio che attende gli uomini tentati dal Male fin dalle origini della civiltà. Il corpo martoriato di Cristo è negli occhi spalancati al Cielo di Satana, che ci fissano come a sfidarci ancora, nel suo malvagio ghigno finale che ci cattura lo sguardo con una [b]ripresa verticale dall’alto “plongée” della terra arida e secca, simbolo di un’umanità arida, incapace di Amare e Credere veramente, pronta ad “autodistruggersi” e annientarsi. L’ombra del male attraversa le tenebre e raggiunge il sepolcro svelando la luce, la Vittoria sulla Morte nella “smaterializzazione” del corpo nel lenzuolo sacro che ha avvolto Cristo per tre giorni fino alla Resurrezione, raffigurata dal regista come una nuova vita che comincia, nel Cristo Figlio di Dio, che si alza dal luogo in cui è stato deposto e cammina: qui è il dettaglio della mano a catturare la nostra attenzione, perché vediamo il foro del chiodo della crocifissione al centro del palmo. Questa scelta mi ha colpita particolarmente perché mi sembra alquanto azzardata, provocatoria in qualche modo, anche se comunque di forte impatto emotivo, perché comunque sia, questo film credo rimanga davvero un eccellente “resoconto filmico” della Passione di Cristo, rinnovata nel sacrificio quotidiano di chi muore in nome di Qualcosa di più grande. Questa pellicola vede il sacrificio estremo di Cristo oltre al dogma della fede stessa, e per questo andrebbe ricordata nella sua integrità morale e spirituale.[/b]





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